Nutrire il pianeta? Disuguaglianze, fame, squilibri

Una riflessione di Massimo Pallottino, Caritas Italiana, in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione e della Giornata Internazionale di lotta alla povertà e all’esclusione sociale (16 – 17 ottobre).

Il 16 ottobre del 1945 in Canada venne fondata la FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Ed è in questo giorno che ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Questa ricorrenza precede di un giorno la Giornata Internazionale contro la Povertà che si celebra il 17 ottobre di ogni anno in ricordo del giorno in cui venne firmata la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo: la povertà non è una questione relativa alla semplice deprivazione economica, ma una vera e propria lesione dei diritti umani fondamentali. Quest’anno il tema della Giornata internazionale è: “Dall’umiliazione ed esclusione alla partecipazione: porre fine alla povertà in tutte le sue forme”, tema scelto per sottolineare come la povertà non sia solamente la semplice privazione di beni di prima necessità bensì un fenomeno multidimensionale composto da più fattori. Nel mondo un miliardo di persone vive in estrema povertà. Secondo Eurostat, nel 2015 il 23.7% della popolazione europea (119 milioni di persone) era a rischio di povertà e di esclusione sociale.

Il tema della Giornata Internazionale contro la Povertà ci suggerisce anche un’altra riflessione: lottare contro la povertà non può essere un percorso puramente tecnico: richiede partecipazione, e la scelta di un modello di società e di sistema economico, dove il riconoscimento dei diritti delle persone che si trovano in stato di fragilità devono trovare pieno riconoscimento. Ma in che misura il sistema economico attuale risponde a questa richiesta di partecipazione, di dignità, di attenzione per i più deboli?

Un mondo affamato, sprecone, sovranutrito

Figura 1 Persone denutrite nel mondo

Il perdurare del fenomeno della fame sul pianeta, e anzi l’aumento delle persone affamate per ben quattro anni consecutivi rappresenta senza alcun dubbio uno dei sintomi più importanti della necessità di un cambiamento radicale nel sistema economico globale. La FAO stima in 821,6 il numero di persone che hanno sofferto la fame nel 2018, come si vede dalla figura 1, che evidenzia anche come, significativa­mente, non cala neanche la percentuale di chi soffre la fame rispetto alla popolazione mondiale. Nel determinare questo trend negativo pesa la situazione di alcune regioni come l’Africa Occidentale e l’Asia Occidentale, ma anche la vulnerabilità ai conflitti e alla siccità.

Si tratta di una situazione non rosea e in peggioramento, che rischia tuttavia di essere ancora peggiore di quanto rappresentato in queste cifre: è infatti estremamente difficile tenere conto della variabilità del consumo di cibo all’interno delle famiglie e delle comunità, e la soglia di assunzione di calorie considerata insufficiente nelle statistiche FAO è di molto inferiore al fabbisogno calorico di una persona che svolga un lavoro manuale. Ad esempio un conducente di risciò in India consuma in media tra le 3 e le 4000 calorie al giorno, e in ogni caso la maggior parte dei poveri si sostenta attraverso attività fisicamente impegnative,

Box. Denutrizione

Nei rapporti sullo stato della sicurezza alimentare nel mondo, la denutrizione è definita come la condizione in cui il consumo abituale di cibo di un individuo è insufficiente a fornire la quantità di energia alimentare necessaria per mantenere una vita normale, attiva e sana. In questi rapporti, la fame è definita come sinonimo di denutrizione cronica, cioè l’assunzione di meno di circa 1600-1800 calorie al giorno per oltre un anno.

come ammette la stessa FAO. Ricalcolando il numero delle persone affamate con parametri più accurati, il conto di coloro che soffrono la fame potrebbe essere anche il doppio o il triplo di quanto rappresentato nelle statistiche ufficiali! Tra due e due miliardi e mezzo di persone, a cui dovrebbero essere aggiunti coloro che soffrono la fame per meno di dodici mesi (chi l’ha detto che chi soffre la fame per 11 mesi non è denutrito?); oppure coloro che dispongono di una quantità sufficiente di calorie, ma soffrono di gravi carenze di vitamine e altre sostanze nutritive di base (condizione che potrebbe toccare almeno 2,1 miliardi di persone sul pianeta). Insomma, ci sono tutti gli estremi per affermare che le statistiche attualmente utilizzate per misurare lo stato della fame sono largamente ottimistiche.

Osservare il fenomeno della fame concentrandosi solo sulle persone affamate è un po’ come osservare il fenomeno della povertà senza chiedersi perché i poveri siano tali. E’ possibile una iniziativa realmente efficace a favore dei poveri e degli affamati, senza osservare il ‘sistema’ nel suo complesso? E’ possibile curare la malattia della fame proponendo una ricetta basata sulla crescita economica, pur sapendo che tale crescita tende ad andare a beneficio delle fasce sociali più ricche molto più di quanto vada a risolvere i problemi della fame dei più poveri? Le statistiche più recenti dicono infatti che di tutta la crescita economica avvenuta tra il 1980 e il 2016: il 27% è andato a beneficio dell’1% della popolazione mondiale, i ricchi più ricchi che hanno visto i loro redditi e la loro ricchezza aumentare in modo assolutamente sproporzionato. Meno della metà del guadagno di questi ricchissimi, cioè il solo 12% è andato a beneficio della metà più povera della popolazione mondiale. Ed è la FAO stessa ad ammettere ormai che le crescenti disuguaglianze nel mondo rappresentano un ostacolo nella risposta al problema dell’insicurezza alimentare cronica

Figura 2 Prevalenza di sovrappeso a livello globale per classi di età

Osservare la questione della disuguaglianza in una prospettiva ‘di sistema’, prendendo i sistemi alimentari come punto di riferimento rappresenta un esercizio particolarmente significativo. Il cibo è infatti legato a doppio filo con ogni aspetto della vita sociale, e la sua storia tiene insieme il livello più locale con quello più globale: aspetti economici, culturali, sociali, politici, che interagiscono per generare effetti contraddittori e vere e proprie incongruenze. Il perdurare della fame sul pianeta si accompagna infatti ad altri fenomeni di segno opposto, come quelli legati allo spreco di cibo, che secondo la FAO ammonterebbe approssimativamente a 1,3 miliardi di tonnellate all’anno. Una quantità incredibile di cibo che si compone del 30% di tutti i cereali prodotti, e ben il 50% delle colture a radice, frutta e verdura. Ancora più significativo lo spreco del 20% della carne prodotta, considerando che la sola produzione di carne può assorbire fino a 100 calorie in mangimi per caloria consumabile prodotta. Si tratta di un’autentica montagna di cibo che viene prodotta e non consumata, contribuendo in modo importante all’esaurimento delle risorse del pianeta.

Ma mentre aumentano lo spreco di cibo e il numero degli affamati, aumenta anche il numero di coloro che soffrono di ‘sovranutrizione’. I fenomeni di obesità e sovrappeso sono infatti in crescita in tutti i paesi, come si vede nella figura 2, con un conseguente incremento dei tassi di mortalità che da essi dipendono. La cosa allarmante è che il tasso di obesità e sovrappeso sono in aumento in tutte le classi di età, anche tra i bambini molto piccoli; ed in modo particolare tra i giovani e gli adolescenti, che saranno gli adulti di domani. Si tratta di una situazione estremamente preoccupante, fotografata anche dalla FAO nell’esaminare le forme di squilibrio nella nutrizione, come il basso peso alla nascita, le diverse forme di malnutrizione (cronica e acuta), anemia delle donne in età riproduttiva.

Si tratta naturalmente di fenomeni a cui è necessario dare risposta. Ma è possibile trattare obesità e sovrappeso semplicemente come uno squilibrio nutrizionale tra gli altri, che richiede magari una risposta in termini tecnici? Non si tratta forse del sintomo di uno squilibrio più ampio, che deve ricevere una risposta rispetto ai meccanismi che generano tali fenomeni in termini così contraddittori?

Nessuna contraddizione: un sistema ‘coerente’, costruito sulla disuguaglianza

Il modo in cui i sistemi alimentari si articolano sollecita elementi di tipo molto diverso. Alcuni dei fenomeni che giocano un ruolo particolarmente importante possono essere riassunti come segue.

  • Il sistema produttivo agroindustriale. Il sistema produttivo che nutre realmente il pianeta è quello basato sul contributo dei piccoli agricoltori, che producono il 70% del cibo disponibile. Essi tuttavia consumano soltanto circa il 30% delle risorse; mentre il sistema agroindustriale utilizza il 70% delle risorse per produrre il 30% del cibo necessario agli abitanti del pianeta. Il sistema di produzione agroindustriale è costruito secondo una logica estrattivista e monopolistica, con un numero estremamente limitato di aziende (di proporzioni colossali) che controllano l’insieme delle filiere produttive. I meccanismi alla base dell’agricoltura agroindustriale si basano su un modello tecnologico basato su inputs chimici e su un uso intensivo delle risorse naturali, che vedono un peso crescente di processi di innovazione tecnologica e di privatizzazione della conoscenza: lo sviluppo delle culture OGM, la gestione dei brevetti agroindustriali, i processi di ‘biofortificazione’ delle culture rappresentano una tendenza crescente e perfettamente ‘simbiotica’ con questo modello produttivo. Vettore quindi di concentrazione del potere e di riduzione della biodiversità (risorsa fondamentale per la sopravvivenza di molti sistemi alimentari ma, in una prospettiva più ampia, di tutta l’umanità). Attualmente, tre quarti del cibo mondiale sono ora prodotti a partire da sole 12 piante e 5 specie animali, con riso, mais e grano che contribuiscono a quasi il 60% delle calorie e delle proteine vegetali consumate dall’uomo. Maggiore è la concentrazione delle fonti di cibo, maggiore è la vulnerabilità e la fragilità di coloro che sono già fragili.
  • Il modello produttivo ad alta intensità di risorse guadagna terreno, e si espande nelle aree ancora non soggette a questo tipo di sfruttamento, spesso santuari della biodiversità utilizzati da comunità locali secondo modalità rispettose dell’ambiente e del territorio. Il caso delle foreste amazzoniche è particolarmente significativo: al di là delle voci critiche verso le posizioni del presidente del Brasile Bolsonaro (che afferma senza ambiguità il diritto di sfruttare senza alcun risparmio le risorse economiche nascoste nella foresta, senza alcun rispetto per chi le abita, e senza alcun riguardo per il valore planetario di queste foreste), sarebbe necessario riconoscere come la minaccia nei riguardi delle foreste provenga da un insieme di interessi ben radicati in quegli stessi paesi che si pronunciano, in modo talvolta un po’ astratto, a favore delle grandi foreste amazzoniche. Esiste un fenomeno più ampio di sottrazione delle terre su grande scala, il cosiddetto land grabbing che rappresenta a livello internazionale uno dei fattori più importanti di disuguaglianza: di impoverimento delle fasce più vulnerabili e di concentrazione del controllo delle risorse naturali e della terra nelle mani di pochi attori.
  • I fenomeni di accaparramento della terra e di sottrazione delle risorse dalle comunità locale sono spesso un ‘effetto collaterale’ di un fenomeno di finanziarizzazione su ampia scala. Questo fenomeno ha le sue radici nelle già menzionate acquisizioni massicce di risorse naturali compiute dalle grandi corporations agroindustriali, che vide una forte accelerazione a partire dagli anni ’90 del secolo scorso: il sistema finanziario internazionale finanziò queste acquisizioni che servivano proprio a permettere l’espansione del modello produttivo agroindustriale. Ma fu dopo la crisi finanziaria iniziata nel 2008 che la terra divenne essa stessa un oggetto di investimento e di speculazione finanziaria. L’aumento dei prezzi della terra rende quest’ultima inaccessibile alle comunità locali che pure ne hanno vitale bisogno per la loro stessa sopravvivenza. Ed è così che la terra si trasforma da un diritto umano a una ‘opportunità di investimento.
Box. La transizione nelle diete in Asia

Attratti dai loro alti tassi di crescita economica, dalle popolazioni giovani e in rapido sviluppo e da mercati sempre più aperti, le multinazionali del cibo e delle bevande (Trasnational Food & Beverages Companies – TFBC) stanno prendendo di mira i mercati asiatici con vigore. Contemporaneamente, il consumo di alimenti ultra-trasformati, ricchi di grassi, sale e carico glicemico è in aumento nella regione. Le prove dimostrano che le TFBC possono sfruttare il loro potere di mercato per modellare i sistemi alimentari in modi che alterano la disponibilità, il prezzo, la qualità nutrizionale, l’opportunità e il consumo finale di tali alimenti. Un recente studio descrive i recenti cambiamenti nei sistemi alimentari asiatici guidati dalle TFBC nei settori del commercio al dettaglio, manifatturiero e dei servizi alimentari valutandone le implicazioni per l’alimentazione della popolazione.

(vedi Baker e Friel, Food Systems Transformations)

  • Il sistema produttivo agroindustriale, ancora minoritario sul piano quantitativo globale ma nettamente maggioritario sotto il profilo del consumo delle risorse (ed anche sul piano del potere finanziario) è collegato a una vera e propria transizione delle diete della popola­zione del pianeta. I crescenti squilibri nutrizionali non rappresen­tano soltanto dei problemi di salute individuale, da affrontare ‘medicalizzando’ la fame, ma il prodotto di una dinamica produttiva e di mercato basata sullo sviluppo di alimenti a basso costo e a basso valore nutrizionale definiti ‘alimenti ultra-trasformati’ (Ultra Processed Food). Un crescente filone di studio sta dimostrando come l’aumento del consumo di questo tipo di alimenti sia associato all’aumento di squilibri nutrizionali di ogni tipo. Alla luce di questo tipo di elementi, forse recenti proposte di aumentare il carico fiscale su prodotti di questa natura (le famose ‘merendine’) meriterebbero di essere prese in considerazione con maggiore attenzione… ma non è un caso che tali proposte si scontrino, anche in Italia, con interessi importanti e ben strutturati! E, ancora una volta, occorre notare che questo tipo di alimenti sono consumati dalle fasce più povere della popolazione, mentre il valore finanziario che viene estratto da questi settori produttivi contribuisce alla quota crescente di remunerazione del capitale, menzionato già nelle pagine precedenti.
  • Il modello produttivo agroindustriale globalizzato presenta dei rischi particolarmente gravi in termine di salute pubblica, in particolare con riferimento alla produzione animale. Da una parte infatti essa rappresenta una formidabile leva di estrazione delle risorse, a causa del forte incremento della produzione dei mangimi di origine agricola e del già citato tasso di conversione tra calorie vegetali e animali. Ma l’altro elemento chiave che deve essere citato è quello relativo all’aumento del consumo di antibiotici causa dell’aumento della resistenza anti microbica, e ad una crescente vulnerabilità dell’umanità (ed in particolare dei più poveri) alle malattie. Secondo il WHO siamo già alle soglie di un’età ‘post-antibiotici’, mentre si prevede che il consumo globale di antibiotici aumenti del 67% entro il 2030, a causa del ruolo crescente che i paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) avranno nell’espansione degli allevamenti intensivi. Le scelte di consumo individuali, e in particolare in questo caso il consumo di carne sono direttamente collegate all’aumento delle disuguaglianze.
  • L’insieme di queste dinamiche è facilitato dall’assenza di confini soprattutto per i capitali e le merci. Sono le dinamiche della globalizzazione economica e finanziaria di cui prima si è accennato, e che trovano un’articolazione importante in una nuova generazione di trattati commerciali in cui tende a diminuire il peso di regole generali, negoziate su un piano politico ma con una dimensione di democrazia, rispetto alla fortuna di trattati bilaterali. Si tratta di accordi dove l’interesse del commercio prevale al punto che nessuna misura eventualmente adottata dagli stati per affrontare un impatto potenzialmente negativo sulla salute umana o sul clima potrebbe opporre un ostacolo ‘irragionevole’ al commercio; e dunque la renderebbe passibile di impugnazione di fronte a collegi arbitrali in grado di decidere indipendentemente dagli ordinamenti degli stati stessi. Ma anche le regole commerciali multilaterali hanno l’effetto di rafforzare i monopoli, come dimostrano le regole TRIPS sulla proprietà intellettuale e sui brevetti, che limitano in modo importante la diffusione della conoscenza e della tecnologia, riservandone i frutti ai detentori dei diritti di proprietà. Dietro una patina di asserito ‘libero scambio’ il sistema internazionale del commercio protegge le economie più ricche dietro barriere che penalizzano i paesi più poveri, definiscono meccanismi di concentrazione del potere economico, e contribuiscono all’erosione della base di risorse del pianeta.

La fame, lo spreco, la ‘sovranutrizione’ sono fenomeni del tutto contraddittori, ma sembrano invece perfettamente coerenti con un sistema economico globale costruito sulle disuguaglianze: il consumo elevato delle fasce più ricche della popolazione si basa sull’alienazione di risorse dalla disponibilità delle comunità locali; ed allo stesso tempo sulla produzione industriale di cibo a basso costo che soddisfa nell’immediato (ma in modo squilibrato) i bisogni alimentari della parte più fragile della popolazione, garantendo un elevato ritorno agli investimenti di chi tale cibo produce. In questo contesto lo spreco segnala una generalizzata inconsapevolezza del valore delle risorse a partire dalle quali il cibo è prodotto, con un prezzo che spesso non riflette neanche lontanamente il suo reale valore in termini sociali e ambientali: lo spreco è il destino della sovrapproduzione di ciò che non serve a nulla se non ad aumentare il volume dei beni in circolazione, ma non vale nulla perché non costa nulla (anzi porta guadagno) a chi lo produce e lo distribuisce. Le vetrine dei supermercati finiscono dunque per essere pieni di cose che in gran parte non verranno acquistate, ma sono funzionali a vendere maggiori quantità di beni che poi in parte finiranno a loro volta sprecati. I prezzi di approvvigionamento di questi beni da parte di chi li vende sono così bassi da consentire ancora un guadagno, scaricando sulla qualità nutrizionale, sui produttori e sull’ambiente il vero costo di questo meccanismo. Questa è la conclusione che si raggiunge ‘unendo i puntini’ tra i vari elementi che in prima battuta sembrano definire delle contraddizioni inspiegabili.

Per approfondimenti Dossier Caritas numero 51, dedicato al tema della disuguaglianza disponibile a partire dal 15/10 all’indirizzo:

https://www.caritas.it/home_page/area_stampa/00005919_Dossier_con_dati_e_testimonianze.html