Giovani e disuguaglianze

a cura di Massimo Pallottino, Caritas Italiana

I giovani sono colpiti in maniera particolare dai fenomeni di povertà e diseguaglianza. Mentre il divario intergenerazionale si allarga, le fasce più giovani cominciano a vivere una insicurezza mai prima sperimentata, e che trova, almeno in parte, le sue radici nel funzionamento dei sistemi educativi.

Questioni cruciali, che dovranno trovare un approfondimento nel prossimo Sinodo dei Giovani dal 3 al 28 ottobre 2018.

Tra gli elementi che caratterizzano l’aumento della diseguaglianza nel mondo attuale c’è una dimensione sempre presente, ma non sempre esplicitata in maniera incisiva: si tratta della diseguaglianza tra le generazioni: un fenomeno confermato dalle statistiche, e che si aggrava in maniera costante e apparentemente inarrestabile. In tutta la storia recente, siamo sempre stati abituati all’idea che i giovani potessero contare su una tendenza di generale miglioramento rispetto alle condizioni di vita delle generazioni precedenti. Si contava sul fatto che i figli avrebbero studiato più a lungo dei propri genitori, avrebbero guadagnato un po’ di più, sarebbero stati in grado di condurre una vita migliore. E’ ancora vero tutto questo? Secondo il Forum Disuguaglianze e Diversità, il 2001 è l’anno in cui il reddito totale degli over 65 è diventato superiore a quello dei giovani tra i 19 e i 34 anni e, come mostra il grafico sottostante, tale tendenza è continuata negli anni, vedendo la situazione dei giovani peggiorare, nell’aggregato, anche negli ultimi anni.

Figura 1 Reddito totale equivalente – giovani vs. 65+ (Fonte : Forum Diseguaglianze e Diversità; dati Banca d’Italia.)

La figura precedente mostra un dato aggregato che deve scontare l’andamento demografico (cioè lo spostamento della piramide dell’età dovuta al fatto che le persone di età più avanzata tendono ad aumentare, in un paese come l’Italia, rispetto ai più giovani). Tale andamento comunque non si giustifica su base di parità di reddito pro-capite all’interno di ogni fascia di età; e che comunque nel suo insieme sottolinea una diminuzione delle risorse a disposizione di chi si trova a compiere investimenti e a progettare una vita futura. E’ un dato di fatto che i giovani sopravvivano oggi in buona parte grazie al sostegno offerto dai propri genitori: secondo una indagine Coldiretti/Ixé, più di un trentenne italiano su tre (35 per cento) nel 2018 vive con la paghetta dei genitori o dei nonni e altri parenti che sono costretti ad aiutare i giovani fino ad età avanzata. E’ lecito però chiedersi che cosa succederà quando il posto della generazione attualmente favorita dalla dinamica del reddito sarà occupata da chi già adesso fa fatica a far quadrare i conti di fine mese. Si tratta di una tendenza complessiva che deve essere ancora compresa in profondità quanto alle sue implicazioni sul piano sociale, e che toccherà probabilmente almeno l’insieme dei paesi industrializzati (che hanno dinamiche demografiche per certi aspetti comparabili). Uno studio dell’OCSE del 2014, segnala come il rischio di povertà che veniva associato tradizionalmente con l’età avanzata, si è decisamente spostato nel corso degli anni proprio alle fasce più giovanili della popolazione.

Figura 2 Povertà relativa nella popolazione per fasce di età (Fonte: OECD 2014)

Si tratta dunque di un doppio effetto: in primo luogo un fenomeno di impoverimento complessivo, e di aumento dei crinali di diseguaglianza all’interno di ogni paese; dall’altro un effetto di ulteriore aumento della diseguaglianza da reddito tra le varie generazioni, a sfavore di quelli più giovani.

Non si tratta naturalmente di un fenomeno esclusivamente economico. Elementi di precarietà e temporaneità appaiono in ogni aspetto della vita, per definire la quale appare sempre più difficile usare l’immagine del ‘progetto’. Chi può progettare qualcosa in queste condizioni? Molti dei fenomeni che quotidianamente riempiono le pagine dei giornali non devono sorprenderci: dalla fuga dei giovani cervelli all’estero; all’aumento dei NEET (not in education, employment or training – i giovani che non prendono parte in percorsi di formativi ma non sono neanche inseriti nel mondo del lavoro), su cui l’Italia ha una delle prestazioni peggiori del continente, e su cui Caritas Italiana ha svolto una tra le prime ricerche sistematiche. La vitalità dei giovani, la formazione accumulata, l’entusiasmo del cambiamento, sembrano abbattersi come ondate su una scogliera apparentemente insuperabile.

In qualche modo sembra dunque che i fenomeni di aumento delle diseguaglianze si ‘propaghino’ all’intera società proprio a partire dalle fasce giovanili. E, magari, proprio a partire dai sistemi educativi, che sono destinati a preparare i giovani per il mondo (e non solo il mondo del lavoro). Su questo, forse è possibile fare qualche considerazione non scontata, che vada oltre al tema, talvolta un po’ abusato, del ‘collegamento con il mondo del lavoro’. Non c’è dubbio che anche su questo potrebbe essere fatto qualcosa di meglio di quanto già non si faccia. Ma può darsi che occorra guardare anche in altre direzioni, come sembra suggerire il recente rapporto del CENSIS-Eudaimon sul welfare aziendale, pubblicato nel giugno 2018. Secondo questo studio, l’ipoteca sul futuro dei giovani inizia dal percorso scolastico. Il voto ottenuto all’esame di licenza media seleziona rigidamente il percorso scolastico successivo dei ragazzi. Nell’ultimo anno scolastico solo il 22% di chi ha preso 6 alla licenza media è andato al liceo, gli altri si sono iscritti agli istituti tecnici o professionali. La quota di ragazzi che scelgono il liceo aumenta al crescere del voto ottenuto all’esame di licenza media: il 40,4% di chi prende 7, il 62,9% di chi prende 8, l’81% di chi prende 9, il 90,9% di chi prende 10 e il 94,2% di chi prende 10 con lode. Considerati gli studenti che hanno conseguito la licenza media nell’anno scolastico 2010/2011, dopo 5 anni tra coloro che hanno preso 6 come voto all’esame finale il 69% non è ancora arrivato al diploma di maturità, come il 37,4% di chi ha preso 7, solo il 16,9% di chi ha preso 8, appena il 6,5% di chi ha preso 9 e il 2,8% di chi ha preso 10 o 10 con lode. È una selezione rigidissima, che nel percorso formativo successivo smista gli studenti in base al voto e che a cinque anni di distanza si limita quasi sempre a confermare le performance precedenti. In sintesi: se sei bravo alle scuole medie, sarai bravo alla maturità. Al contrario, se sei scarso alle medie, sarai scarso alla maturità, alla quale arriverai con ritardo o forse mai. Di fatto, il sistema scolastico non promuove il cambiamento: riflette e conferma le performance iniziali dei giovani.

Dunque la tendenza alla diminuzione della mobilità sociale, trova conferma e per certi aspetti probabilmente anche la propria premessa nel funzionamento dei sistemi scolastici, ed è probabilmente a partire da qui meccanismi che sarebbe necessario lavorare. Occorre vigilare affinché le esperienze di collegamento tra scuola e un mondo del lavoro ampiamente precarizzato e temporaneo (la ricerca Coldiretti/Ixé, già citata, segnala che tre giovani su quattro tra i 30 e i 34 anni hanno già cambiato in media ben 5 posti di lavoro!) non finiscano per offuscare il tema della necessaria capacità del sistema scolastico di essere fattore di cambiamento e di promozione, soprattutto tra coloro che si trovano in situazione più fragile e sfavorita (da un punto di vista sociale, economico, linguistico). E di essere, in ultima analisi cittadini più consapevoli e più responsabili, perché maggiormente in grado di leggere la società e i cambiamenti che la attraversano.

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Il prossimo sinodo dei giovani si trova davanti a una sfida impegnativa: a partire dal necessario ascolto di una realtà complessa e difficile soprattutto per chi la vive in prima persona. La XV Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dal tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” si svolgerà dal 3 al 28 ottobre, e si concluderà con un Documento finale. Anche da parte nostra un augurio di fruttuoso lavoro a chi lavorerà nel mese di ottobre.