Fridays For Future: movimento di moda o ideale generazionale sociale?

di Giuliano Giulianini, Earth Day Italia

Ad ogni apparizione di Greta Thunberg il circo mediatico e l’opinione pubblica si interroga sull’apparenza del “suo” movimento: i Fridays For Future. “Slogan vuoti e provocatori”, dice qualcuno; “discorsi retorici”, sentenziano altri; “scuse per non andare a scuola”, tagliano corto i più, evidentemente rievocando la propria giovinezza, che ogni generazione di genitori e nonni ritiene più “impegnata” e idealista di quella di figli e nipoti. I più maliziosi pongono domande retoriche e tendenziose come: “l’aperitivo la sera lo fanno con i prodotti bio?”; oppure: “a fine manifestazione tornano a casa in autobus o si fanno venire a prendere dai genitori col SUV?”; o ancora: “chi organizza veramente le manifestazioni? Chi c’è dietro a questi ragazzi?”

 

Pochi si interessano alla sostanza di questo movimento, che da due anni circa “segue le orme di Greta Thunberg”, come ci ha detto uno studente universitario alle otto di un lunedì sera, alla fine di un’assemblea fiume di quattro ore, prima di infilare caschetto e mascherina anti smog ed andar via in bicicletta. Da alcuni mesi infatti, Earth Day Italia segue le riunioni e le iniziative dei Fridays For Future di Roma, proprio per capire chi e che cosa è il movimento. In sintesi, per quanto abbiamo constatato, si può dire che le manifestazioni del 15 marzo, del 24 maggio e del 27 settembre sono solo la punta dell’iceberg di un impegno autentico che cova nella scuola e nell’università italiana.

 

Chi sono? Nelle manifestazioni la massa è composta da studenti delle superiori e delle medie. Teoricamente il movimento nasce da loro: dai coetanei di Greta. Ma nelle assemblee che discutono i temi e organizzano gli eventi ci sono in prevalenza gli universitari, magari giovani ma anche laureati. Gli adolescenti sono però rappresentati e sappiamo che la loro presenza alle manifestazioni è più organizzata che spontanea, con coordinatori, referenti dei singoli istituti scolastici, che pianificano gli spostamenti il giorno del corteo.

 

Strutturati? Frammentati. In Italia c’è un coordinamento nazionale ma i Fridays For Future sono organizzati per città: Milano, Pisa, Roma sono gruppi molto attivi; altri sono meno numerosi. In molte città ancora inesistenti. Non hanno un manifesto comune e ovviamente tutti fanno riferimento a Greta e al movimento internazionale, soprattutto per le date degli eventi globali come i Climate Strike. Sabato 5 e domenica 6 ottobre ci sarà un’assemblea nazionale a Napoli. Anche questa libera alla partecipazione di tutti, senza delegazioni locali elette o nominate. Da lunedì ne sapremo di più.

 

Che fanno in concreto? L’attività di base è il manifestare in piazza ogni venerdì, in orario scolastico, di solito davanti al Comune, ma a Roma vanno a Montecitorio. Nella capitale il gruppo di attivisti si riunisce il lunedì pomeriggio. L’assemblea è aperta a tutti, e non solo a studenti. Tutti possono chiedere la parola, partecipare o formare tavoli di discussione, quando si decide di dividere per temi i dibattiti (mobilità, produzione di cibo, energia, ecc.). Nella settimana precedente la manifestazione di settembre, gli attivisti romani hanno presidiato alcuni luoghi e temi specifici. Ad esempio hanno fatto un sit-in alla sede dell’Enel per accusare l’ente di “green washing”, ovvero di preferire cambiamenti di facciata a svolte concrete in senso sostenibile nelle politiche aziendali. Un’altra notevole azione, per quanto poco più che simbolica (se ne rendono conto anche loro) è stata l’aver presentato e fatto approvare all’unanimità all’Assemblea Capitolina una dichiarazione di emergenza climatica per Roma. Non è poco per “ragazzini che trovano scuse per saltare la scuola”.

 

Numerosi? In piazza sicuramente: centinaia di migliaia in Italia, decine di milioni nel Mondo. Ma gli attivisti, quelli che frequentano le assemblee e organizzano i dibattiti, studiano i documenti e pianificano le azioni? Non molti sicuramente. In una città come Roma le assemblee settimanali contano qualche decina di persone, e forse altrettante, se non meno, si radunano ai presidi del venerdì. Sui social network il gruppo di Roma ha qualche migliaio di contatti, quello nazionale quasi trentamila. Non sono numeri eccezionali ma per un movimento nascente è sicuramente una buona base.

 

Ingenui e inesperti? Difficile da dire e facile generalizzare. I portavoce fanno impressione per dialettica e preparazione sui temi della sostenibilità e dell’ambiente, soprattutto se messi a confronto con molti di quei rappresentanti politici (o adulti in genere) che li trattano con sufficienza in tv e sui social. Mario Tozzi, il geologo che, unico adulto, fu invitato a parlare dal palco del primo ClimateStrike di Roma il 15 marzo, ha più volte dichiarato che molti deiragazzi con cui aveva avuto a che fare, avevano letto rapporti e studi scientifici che neanche lui aveva approfondito fino in fondo.  Chiaramente i più giovani e quelli che popolano i cortei sono chiassosi, irriverenti, scostanti e magari poco edotti su materietanto vaste come i cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile. Ma questa, semmai, è una colpa della scuola e della società civile; e tra l’altro l’inserimento nei programmi scolastici e nei corsi universitari di queste materie è una delle richieste del movimento.

 

Chi c’è dietro? Alle assemblee, in ordine sparso, abbiamo incontrato professori che solidarizzano con i “loro” studenti; “vecchi” attivisti di movimenti passati che rivedono in questi i loro ideali di gioventù; rappresentanti di associazioni ambientaliste o di impegno sociale che (come noi) trovano qui elementi di un impegno comune. C’è anche un certo livello politico: ad esempio nell’appoggio del sindacato CGIL e di alcune rappresentanze aziendali al recente “Sciopero” del clima del 27 settembre; o ancora nei rappresentanti degli istituti che organizzano i loro compagni di scuola in occasione dei cortei e che, com’è noto, spesso fanno parte di organizzazioni giovanili dei partiti. In effetti nell’ultimo corteo di Roma si sono notate dinamiche consuete ad altre manifestazioni: come il dislocamento dei vari gruppi scolastici in maniera strategica, a partire della testa del corteo; o la presenza di certi cori tipici dei movimenti di sinistra. Ma a questo punto non si può dire assolutamente che i Fridays For Future in Italia siano un movimento politico o ideologico; anche perché, come detto, non sono una realtà unica a livello nazionale, quanto piuttosto una somma di sezioni locali su base comunale.

 

Che idee hanno e cosa vogliono? Qui sta la novità. Sebbene a volte (non tutti comunque) parlino di “rivoluzione” e di contrasto all’economia capitalista, i loro testi sacri non sono saggi di filosofia politica ma studi e rapporti dell’ONU; e nel loro pantheon non ci sono artisti maledetti o rivoluzionari esotici, ma climatologi, sociologi e teorici dell’economia circolare. Mentre ancora oggi, nel 2020, a troppi politici, commentatori, e a gran parte dell’opinione pubblica “adulta”,  occorre spiegare che cos’abbia a che fare il cambiamento climatico con i flussi migratori, questi studenti (per lo meno i più impegnati di loro) non fanno fatica, se “interrogati a sorpresa”, a collegare il riscaldamento terrestre alla scarsità d’acqua, alla produzione agricola e alla conseguente scarsità di cibo, che crea flussi migratori dai paesi più poveri, aumenta i prezzi dei beni primari e, di conseguenza, la forbice e i conflitti sociali tra ricchi e poveri, anche all’interno di paesi oggi “stabili”. Questa visione a lungo termine manca a chi critica il “come” senza badare al “che cosa”. Queste sono le paure dei giovani che seguono Greta Thunberg. Ce lo dicono col megafono e lo scrivono sui cartelli dei cortei. Con questi pensieri nel cuore è difficile che ce lo dicano con un sorriso come vorrebbe il presidente Trump.