La frattura tra nord e sud. La necessità di pensare un modello alternativo

di Giuseppe Notarstefano, Vice-Presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana

Le anticipazioni del Rapporto Svimez 2018 sull’economia del Mezzogiorno che verrà pubblicato nelle prossime settimana confermano come, seppur in presenza di una flebile ripresa dei tassi di crescita del Prodotto Interno Lordo, il divario Nord-Sud persiste e, laddove si considerano le dimensioni sociali dello sviluppo esso appare drammaticamente più profondo e strutturale. Desertificazione produttiva, spopolamento e denatalità, esodo di capitale umano e aumento dei livelli di povertà assoluta e relativa.

La povertà, spesso associata ad una condizione lavorativa o di un reddito insufficiente a mantenere condizioni di vita degne, è sempre di più l’esito di un’organizzazione sociale che mira a frammentare e rompere i legami sociali, ad enfatizzare la competizione ad ogni livelli della vita sociale e ad affidarsi al mercato per la soddisfazione di molti bisogno di “cura” intesa come insieme di caratteristiche che connotano lo sviluppo umano.

Tra gli indicatori più allarmanti di tale situazione che ha indubbiamente radici storiche molto remote, vi è certamente quello dei NEET ossia di quella quota di popolazione giovanile che non studia, non lavoro e non partecipa a nessun programma di formazione.

È come se si fosse innescato in questi anni una sorta di perverso dispositivo sociale che distrugge capitale umano e, a lungo andare, anche capitale sociale: le reti di protezione tengono ma tendono a sfilacciarsi, le relazioni diventano sempre più rarefatte, meno radicate e dense, i legami corti che persistono sono spesso quelli familistici e clientelari.

In un simile contesto può giocare un ruolo importante il mondo dell’associazionismo, in particolare quello a vocazione educativa, quando diviene realmente capace di organizzare delle reti di cura e di accompagnamento della crescita vocazionale delle persone.

Anche le politiche pubbliche dovrebbero tenere in maggiore considerazione tale variabile: ridurre le disuguaglianze vuol dire agire anche sullo sviluppo di adeguate reti sociali che capaci di rafforzare e migliorare le misure di sostegno al reddito.

Mentre attendiamo di approfondire le analisi che certamente ci verranno proposte dai rigorosi ricercatori della Svimez, già da tale tratteggio è possibile fare alcune importanti considerazioni. In primo luogo è sempre più chiaro che la coesione territoriale è condizione di uno sviluppo autentico del Paese e non viceversa: nell’enciclica Laudato Sì papa Francesco ribadisce come “tutto sia in connessione”, evidenziando come lo sviluppo sia un intreccio armonioso tra diversi “equilibri”: ambientale, economico, sociale, relazionale e spirituale.

Si tratta della stessa visione complessa e articolate che emerge anche nel quadro degli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile 2013 di cui proprio in questi giorni si ricorda il terzo anniversario. La dimensione educativa e formativa diventa prioritaria e ad essa dovrebbe essere commisurato un adeguato sforzo in termini di investimenti pubblici e di capacità organizzativa di istituzioni e organizzazioni.

Sconfiggere la povertà equivale a promuovere l’inclusione di tutte le persone a partire da quelle più fragili e vulnerabili, significa agire in primo luogo sulla povertà relazionale operando un autentico cambiamento di paradigma così come richiedono sia la visione dell’ecologia integrale proposta da papa Francesco che quella della Sostenibilità proposta dagli Obiettivi del Millennio. Si tratta di aderire ad una visione più complessa e meno semplificata e scommettere realmente sula capacità di ciascuna persona di essere realmente il protagonista del proprio sviluppo, prendendosi cura della propria vita ma anche promuovendo reti solidali a livello territoriale, premiando la cooperazione e la collaborazione ad ogni livello e ripensando le politiche pubbliche, e particolarmente il welfare, in modo sussidiario. Alla cultura degli egoismi e delle chiusure che sta facendo capolino in questi mesi, occorre coraggiosamente reagire proponendo un modello realmente alternativo, che rimetta al centro la persona non come individuo auto-sufficiente ma come “nodo” relazionale di una rete articolata e solidale.