Si è aperto con l’udienza da Papa Francesco in sala Clementina venerdì 22 aprile il VI Convegno Missionario Giovanile, COMIGI, per i giovani che hanno a cuore la missione. Back to the Comigi (la missione riparte dal futuro) è stato lo slogan che ha accompagnato il grande evento tanto atteso ed organizzato da Missio: stavolta quasi un “giubileo” dei giovani poiché ha coinciso col 50esimo anniversario del Movimento missionario giovanile.«La missione che portiamo avanti è una realtà che definisce la Storia della Chiesa e noi ne facciamo parte a pieno titolo», spiega Giovanni Rocca, segretario nazionale di Missio Giovani. L’incontro di Sacrofano -oltre 300 adesioni dalle diocesi italiane e decine di ospiti missionari, laici fidei donum e famiglie- è stato un viaggio avanti ed indietro nel tempo, tra letture della Bibbia e attualità dalle periferie del mondo.

Si è parlato di custodia del Creato, diseguaglianze planetarie e dialogo interreligioso. Le lectio del mattino (guidate dai biblisti Annamaria Corallo, don Nicola Agnoli, Rosanna Virgili e p. Paolo Gamberini) e le tavole rotonde del pomeriggio hanno aiutato i ragazzi e le ragazze presenti a trovare «la motivazione giusta per partire o per restare». Sempre con prospettiva ad gentes, però. Moltissime le testimonianze portate al convegno: p. Piero Masolo ha raccontato la sua missione in Algeria, «dove cristiani e musulmani bevono il tè insieme», suor Paola Vizzotto ha parlato del sistema carcerario dal Camerun a Rebibbia, Monica Canavesi ha parlato della sua esperienza in Guinea Bissau, Rebecca Tosi del suo anno vissuto a Rumbek, in Sud Sudan: “La povertà non è solo non avere cibo, ma ha che fare con la scarsità di scelte: significa non avere le stesse possibilità degli altri”, ha detto. La tavola rotonda del primo giorno (venerdì 22 aprile), lo status quaestionis, è stata moderata da Gianni Borsa, direttore delle riviste di Missio, che ha incalzato Massimo Pallottino di Caritas, Luca Liverani di Avvenire, Giuseppina De Simone, teologa, Federica Desiderioscioli, giovane della diocesi di Lanciano-Ortona sui temi delle migrazioni, della fragilità, dei giovani, dell’ecologia, del creato.
«Questo è un tempo di fragilità e di erosione, è un tempo di chiusura: viviamo l’epoca della rabbia e della crisi del multilateralismo», ha detto Massimo Palllottino, esperto di economia dello sviluppo e di Paesi asiatici per Caritas Italiana. «Il sistema multilaterale è faticoso, ma è l’unico che ci rimane: è l’opposto della legge del più forte, è un sistema regolato che ci permette di dialogare». E a proposito di guerre e di profughi, esiste anche una guerra non combattuta con le armi, ma dagli effetti ugualmente devastanti: è quella dei cambiamenti climatici. Il giornalista di Avvenire Luca Liverani ha parlato di profughi climatici: «uno status che sulla carta non esiste, poiché questi profughi vengono assimilati ai migranti economici, ma che in realtà rappresentano numeri molto elevati». Si parla, secondo i dati citati da Liverani e riferiti al 2021, di 30, 7 milioni di nuovi sfollati per disastri naturali, l’89% dei quali causati da crisi dovute alla mancanza o all’abbondanza di acqua. Dunque da fenomeni strettamente legati al climate change. Un numero che fa riflettere: «12 milioni di questi sfollati per disastri naturali» – ha spiegato Liverani – «viene dall’Asia e dal Pacifico». La pandemia non ha fatto altro che accentuare fenomeni in crescita: «dobbiamo imparare a considerare l’incertezza» – ha spiegato Giuseppina De Simone, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – «perché l’incertezza nel rompere un equilibrio apre alla possibilità di equilibri nuovi. Dobbiamo imparare a fare i conti con il limite, c’è una dimensione di mistero in questo». I temi della quattro giorni (Alzati, prenditi cura, condividi) sono stati introdotti da brevi videotestimonianze di missionari, come quella di padre Daniele Crescione, missionario del Pime negli Stati Uniti. «Non abbiate paura delle vostre ferite» – ha detto il missionario – «delle vostre fragilità, ragazzi. Piuttosto ascoltatele. Non vi viene chiesto di rialzarvi da soli, perchè Gesù è lì con voi». Padre Crescione ha raccontato la sua missione nel Nord del mondo: «attorno a me, anche nei ricchi Stati Uniti, c’è tanta gente che fatica a mettere assieme un pasto e ha bisogno di tutto per vivere. Penso anche alle mille discriminazioni che subiscono. Vi auguro che possiate una volta in piedi, aiutare gli altri a rialzarsi». «Nella più grande baraccopoli di Bangkok, in quanto missionari, il prenderci cura dell’altro è per noi un’esigenza. Non possiamo vivere senza ricevere cura dagli altri ed offrirla». Sono le parole di padre Alex Brai, missionario saveriano in Thailandia, protagonista di un’altra video testimonianza che ha accompagnato i lavori del Comigi.

Un cristiano, una ebrea, una musulmana in dialogo

È stato un dialogo interreligioso potente, quello sul palco del Comigi tra il domenicano padre Claudio Monge, missionario ad Istanbul con Asmae Dachan e Miriam Camerini: giornalista e scrittrice italo-siriana la prima, regista teatrale, attrice e studiosa di ebraismo la seconda. Due donne, una di religione islamica e l’altra ebraica. «Durante la pandemia abbiamo fatto brutalmente i conti con un pesante senso del limite, con la ‘bara’ del nostro quotidiano – ha detto Monge – Ad Istanbul dove vivo, tutto era fuori controllo, dovevo entrare in contatto con i cercatori di speranza. E ho trovato i miei fratelli di religione islamica». E ancora: «il tempo della cura inizia quando la smettiamo di credere di essere le uniche vittime della Storia; quando abbandoniamo l’idea dell’esclusiva, del copyright della sofferenza e iniziamo a camminare assieme agli altri». «Io mi sono chiesta: cosa posso fare in questo frangente? Sono nata con la penna, scrivo, sono una giornalista, mi occupo di guerra e diritti umani», si è detta Asma, trovando nella scrittura una strada di redenzione e cura. Per Miriam, che vive e lavora tra Milano e Gerusalemme, la chiamata è un «prendere e un dare, un uscire da sé stessi e dalla propria Gerusalemme, il centro del mondo, per raggiungere la periferia e viceversa». «Mi chiedo come eravamo prima di questa pandemia e cosa vogliamo essere oggi. Sono certa che noi non vogliamo tornare a prima del febbraio 2020 – ha detto ancora Camerini proseguendo con la metafora biblica – ma uscire dall’Egitto per entrare nella Terra promessa». Come farlo sta alla capacità di ognuno: la sfida è quella di guardare oltre l’ostacolo, reinterpretare un esodo come popolo nuovo.
L’impegno
«All’inizio di questo convegno Papa Francesco ci ha donato i tre verbi che abbiamo meditato in questi giorni e ci ha chiesto di ripeterli: alzati, prenditi cura e mettiti in cammino, ossia testimonia, dillo con la tua vita. Le nostre comunità hanno paura» – ha detto Giovanni Rocca nelle conclusioni del convegno – «perché temono che correndo, noi giovani possiamo giungere tanto lontani da non tornare più. Ma noi abbiamo preso un impegno: se ci cercate ci troverete nelle periferie dell’umanità fragile e ferita». Il senso di questi quattro giorni di Comigi sta proprio in questo impegno, «essere giovani missionari in mezzo agli ultimi, poveri tra i poveri; così come fa la chiesa in cui crediamo. Che è povera, sfasciata, ma traboccante della ricchezza dell’incontro».