Il mondo può cambiare con i giovani

di Ernesto Olivero, SERMIG

Una delle frasi che ripetiamo più spesso è: “Quanti giovani ancora devono morire tragicamente di droghe e sballi vari prima che ci fermiamo a riflettere, prima che diciamo basta?!”. È inutile nascondercelo: i giovani oggi sono protagonisti di una difficilissima fase di transizione. I vecchi stili di vita non sono più adeguati a un tempo complesso come il nostro e non sono ancora stati sostituiti da nuovi modelli solidi. I giovani sono bombardati da messaggi contraddittori e circondati da “cattivi esempi”. Così nella stragrande maggioranza si ritrovano incerti, confusi, insoddisfatti. Passano per anni da un’esperienza all’altra senza riuscire a prendere decisioni che siano per la vita, senza riuscire a dire un “sì” e avvolgerlo di responsabilità e fedeltà. Finché si ritrovano in età adulta con le mani vuote e la vita svuotata di senso.

Quanto agli adulti, ci sono sempre meno genitori, insegnanti, preti, catechisti, educatori ma anche membri delle istituzioni appassionati dei giovani, in grado di prendersi cura della loro maturazione affettiva, intellettuale e spirituale, in grado di affiancarli e farli crescere nella responsabilità. Siamo in una società che considera “superati” in buona parte principi e valori e va dietro alla logica del “minor danno”. Questa logica, divenuta mentalità dominante non solo nel campo delle droghe e delle dipendenze, tarpa le ali ai giovani e rischia di minare alla base qualunque percorso educativo.
Un quadro senza via d’uscita? No! Non ci rassegniamo, il mondo può cambiare! Certo, chi lotta e s’impegna per il bene si sente controcorrente. Ma andare controcorrente a volte è il verso giusto. E per cambiare abbiamo scelto di puntare proprio sui giovani, convinti che siano ancora i più puri. Puntiamo su di loro anche se molti sono già segnati da sofferenze indicibili. Sappiamo che chi le ha sperimentate sulla propria pelle, se ne esce, ha poi l’autorevolezza per dire ad altri: “Fermatevi!”.

Siamo convinti che i giovani di oggi, in realtà, abbiano ancora dentro di sé il desiderio di valori profondi, di trovare “padri” e “maestri” cui affidarsi per crescere. Magari addirittura per donare la vita. Bisogna però tornare a proporre loro ideali alti e obiettivi grandi per cui spendersi. E bisogna tornare a proporre attraverso l’esempio di vita. Oggi non è il tempo di educare con delle prediche, né il tempo per scrivere libri con ricette su come liberarsi dai mali del mondo. Oggi è il tempo della testimonianza. Per affrontare l’emergenza giovani non abbiamo alternativa. Dobbiamo diventare credibili. I giovani ci stanno chiedendo con tutte le forze di smetterla di fare i “bamboccioni” e di iniziare a fare gli adulti. Ci chiedono di essere un riferimento stabile, vogliono capire che di noi si possono fidare. Autorevoli non si nasce, si diventa amando chi abbiamo davanti, considerando l’altro una persona e non un oggetto da plasmare. Il vero amore è esigente, ci chiede di essere educatori maturi, coerenti e responsabili. I giovani sono né più né meno lo specchio di noi adulti: se non siamo disposti noi a un cambiamento radicale di direzione, dobbiamo smettere di parlare di giovani e dei loro problemi. Tutti dobbiamo rimetterci in discussione. Quanti giovani ho conosciuto, giudicati delinquenti o buoni a nulla, che trovate le condizioni giuste sono diventati dei capolavori. Hanno avuto il coraggio di cambiare. Anche di adulti ne abbiamo visti cambiare. Serve un nuovo patto tra generazioni, una nuova credibilità. Solo questo patto può cambiare le cose, può indicare fatti e strade nuove, anche in un continente come l’Europa che tanti decenni fa, dopo la seconda guerra mondiale, ha fatto dell’unità e dell’integrazione tra Paesi un modello di pace. Quella casa comune oggi è a rischio, minacciata da nazionalismi e sovranismi, dalla paura. Non dobbiamo accettare questa logica, ma puntare ancora di più sulle energie dei giovani che credono davvero nel progetto meraviglioso di una casa comune. Non importa quanto male c’è attorno a noi. Anche in una stanza completamente buia, basta un piccolo fiammifero per portare luce, per permettere di orientarsi. Ognuno di noi può essere quella piccola luce. È quello che cerchiamo di fare insieme ai giovani: non perderci in discorsi interminabili su quanto il mondo vada male ma accendere delle luci, contagiare gli altri con il bene, far toccare con mano attraverso il nostro esempio positivo che è possibile trasformare i problemi in opportunità. Dimostrare che il bene “conviene” perché fa star bene, porta alla giustizia e alla pace. È quello che faremo a Bergamo l’11 maggio, al 6° Appuntamento dei Giovani della Pace. Una giornata di impegno per tutti.