COSTRUIAMO LA PACE

di Ernesto Olivero, Sermig

Oggi la Pace è minacciata: nel cuore dell’Europa e nel bacino del Mediterraneo così come in tante altre nazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina. Una nuova guerra mondiale, combattuta a pezzi in Paesi e regioni diverse, come ha detto Papa Francesco. Il non senso è sotto i nostri occhi. Qualche mese fa ero in un campo profughi in Medio Oriente e ciò che ho vissuto nel silenzio di quegli incontri lo porterò con me per sempre. Intere famiglie, nonni e nipoti, giovani, mamme e papà con i loro figli strappati alla loro vita, al loro lavoro, ai loro sogni. Nel cuore di una notte un altoparlante li ha svegliati: “O conversione, o andarsene, subito, con i vestiti che avete addosso e niente di più”. In appena una notte, la vita di centinaia di migliaia di persone, figlie di popolazioni che abitavano quelle terre da migliaia di anni, è cambiata per sempre. Vivevano come noi e in una notte i loro amori, le loro amicizie, i loro sogni sono stati spezzati via. Ed è paradossale pensare che tanti di loro oggi si sentono fortunati per essere riusciti a fuggire ed per essere ancora vivi pur non sapendo cosa li attende, dove vivranno, cosa faranno. Incontrandoli ho visto con i miei occhi la rassegnazione, ho sentito il freddo di chi viene schiacciato dall’ingiustizia, dalla sopraffazione, dal male. Ho avvertito tutta la paura di chi è scappato sotto la minaccia delle armi e ho capito che la radice di ogni male è lì.

Fino a quando continueremo a costruire armi, il mondo non avrà futuro. Le armi uccidono cinque volte: la prima perché per essere costruite sottraggono investimenti di miliardi di dollari che potrebbero essere destinati allo sviluppo, a costruire scuole, ospedali, case; la seconda perché per essere progettate distolgono intelligenze che potrebbero essere applicate ad altri progetti di bene; la terza perché quando sparano uccidono veramente; la quarta perché alimentano la vendetta e preparano la prossima guerra; la quinta perché producono ferite inimmaginabili e squilibri atroci nei tanti reduci. Qualcuno dirà che sono un idealista, un visionario o un pacifista politicizzato… Non è così, il mio è il ragionamento logico di chi crede che la pace sia il valore più alto affidato all’umanità e pertanto vada custodito, sostenuto, continuamente scelto.

Ogni generazione ha la responsabilità di operare scelte per la pace, a partire dai governi fino ad arrivare alla singola persona che fa dell’educazione alla pace il suo punto di forza. Impariamo a costruire la pace partendo dal basso. Impariamo ad essere operatori di pace, pacificati e pacificatori, persone capaci di gesti concreti di pace ogni giorno, pronte a chiedere e a dare perdono. Persone che dentro di sé non lasciano spazio a parole come odio, nemico, infedele; persone che si commuovono di fronte alle sofferenze e alle ingiustizie e subito si danno da fare per cercare rimedi efficaci. Chi opera la pace è come una foresta di bene che cresce solida e rigogliosa, senza clamori, senza rumori. È come un pezzo di pane che tutti possono spezzare e mangiare. È come il sole: tutti sanno che c’è, anche quando nuvole tempestose lo nascondono alla vista. Non si tratta di fare cose eccezionali, ma di costellare la nostra vita, la nostra esperienza di costanza e di fedeltà. È la pace di cui parlava anche Giovanni XXIII nella “Pacem in Terris”, una pace possibile, “fondata sulla verità, sulla giustizia, sull’amore, sulla libertà”.

In un mondo così complesso è difficile sperare, difficilissimo. Ma io non mi arrendo. Continuo a pensare che l’oggi sia ancora nelle nostre mani e che tutto ciò che non è stato, finalmente potrà essere. Sono convinto che possa esserci un denominatore comune tra tutti e che questo sia l’opera della pace esercitata attraverso la bontà nelle relazioni tra le persone, tra gli Stati. Il modello europeo ci ricorda un progetto di pace nato dalla tragedia delle guerre mondiali. Nazioni che fino a poco tempo prima si erano combattute ebbero il coraggio di deporre le armi e di investire in un futuro diverso. Oggi spesso ce lo dimentichiamo quando, magari a ragione, critichiamo certi aspetti del processo di integrazione europea. Nonostante tutto, però, l’Europa rimane la nostra casa e io credo anche il nostro destino, da difendere, costruire, valorizzare. Ritornando ai valori che l’hanno ispirata.

All’Arsenale della Pace abbiamo capito sulla nostra pelle che l’unica chiave per tenere aperto un dialogo che conduca alla pace è credere nel buono che c’è in ognuno, credere nella bontà. I buoni non sono mai stranieri in nessuna parte del mondo, non sono estranei a nulla e a nessuno. Solo i buoni possono indicare una strada buona, soluzioni buone, economia buona, politica buona, potere buono a servizio del bene, confini buoni, regole buone. Possono essere il sale, possono trasfigurare il mondo perché sanno chiedere perdono a Dio e ai fratelli e accettarlo da Dio e dai fratelli. È vitale che i buoni si riconoscano e si incontrino. I buoni possono dire la verità nella carità, scoprire ciò che unisce, apprezzare il buono degli altri e riconoscere che le divisioni di oggi arrivano da errori, mancanza di carità, incomprensioni, interessi e paure di ieri. I buoni possono l’impossibile, possono desiderare che finalmente pace e giustizia abitino insieme, cementate dal perdono. Lo ricorderemo a Bergamo l’11 maggio nel 6° Appuntamento Giovani della Pace. Saremo in tanti per dire “Basta guerre! Facciamo la Pace”.