L’approfondimento della settimana scorsa faceva riferimento alla necessità di rilanciare il percorso di sostenibilità intrapreso dal nostro paese, assieme a tutta la comunità globale. Si tratta di un percorso che richiede davvero l’impegno di tutti, e sul quale non si può scherzare: le conseguenze di un modello di sviluppo insostenibile sono già alla porta delle nostre case, in termini di pandemie, inondazioni, siccità, crescenti fenomeni di mobilità umana di persone in fuga da guerre e povertà, conflitti per le sempre più rare risorse… si tratta di sfide importantissime, il cui costo è stato finora pagato soprattutto dalle comunità più povere e più fragili del pianeta, ma che ormai scuotono in maniera sempre più inequivocabile anche le società dei paesi del nord globale.

E’ chiaro che i temi in questione non possono essere affrontati all’interno dei confini del nostro paese. E qui c’è forse una delle debolezze più gravi del sistema internazionale di monitoraggio dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e sull’attenzione offerta agli obiettivi di sviluppo sostenibile: si tratta di un approccio facilmente comprensibile, basato sull’idea che sia necessario promuovere politiche ‘sostenibili’ all’interno di ogni paese, e che questo sostanzialmente basti. E’ un modo per scaricare le responsabilità sui singoli stati, che possono essere esposti alla riprovazione globale quando non si comportano in modo ‘abbastanza sostenibile’; e a cascata, possiamo applicare la stessa cosa ai singoli cittadini: il cambiamento climatico è responsabilità di chi non riciclala plastica!! Consentitemi la provocazione: non sarà con questo approccio che salveremo il pianeta! I cittadini, soprattutto i più poveri non riciclano la plastica anche perché sono inseriti in un ben congegnato (e difeso) sistema di incentivi per cui i produttori di plastica continuano a produrne in quantità,  vendendola poi a basso costo. Scaricare a valle nella catena del consumo la responsabilità di cambiare significa prendere o giustificare un colossale abbaglio, soprattutto quando si evita accuratamente di prendere decisioni coraggiose (e indifferibili) a livello nazionale e globale; serve a ignorare colpevolmente quei meccanismi sistemici e globali su cui è necessario e urgente intervenire, con una convergenza generosa e lungimirante da parte delle varie comunità nazionali.

L’Italia, anche in occasione dell’ultimo esame nazionale volontario sullo stato delle politiche di sostenibilità nel nostro paese[1], ha rivendicato con forza l’impegno a favore del sistema multilaterale, in particolare mettendo in evidenza l’aumento di quest’anno nelle risorse per la cooperazione e l’ampio peso della cooperazione multilaterale all’interno del nostro contributo. Ma ammesso che questo basti (e -lo vedremo- non basta affatto), ricordiamoci che siamo ancora decisamente lontanissimi dall’obiettivo dello 0,7 del Reddito Nazionale Lordo (attualmente circa lo 0,28, dallo 0,22 dell’anno precedente), da impiegare nella cooperazione allo sviluppo, per dar seguito agli impegni internazionali assunti anche dal nostro paese. E ricordiamoci che siamo larghissimamente anche sotto media rispetto ai paesi simili a noi dell’Unione Europea e dell’OCSE; e poiché i contributi alle istituzioni delle Nazioni Unite vengono determinati automaticamente, in base al peso dei diversi paesi in termini economici, il fatto di devolvere a questi contributi obbligatori una proporzione alta dei nostri impegni finanziari non è una sorpresa per nessuno; né tantomeno può essere considerata il segno di un particolare trasporto emotivo nei riguardi del sistema multilaterale… A questo aggiungiamo, sempre per dovere di cronaca che l’aumento delle allocazioni su base annuale non è dovuto a impegni strutturali, ma a contributi come quelli per l’accoglienza dei rifugiati in Italia, e per la donazione di vaccini anticovid: 227 milioni di Euro in dosi di vaccino per lo più Astrazeneca e J&J (sì, proprio quei vaccini che le autorità sanitarie sconsigliano per le fasce di età più giovani…). Ma anche su tutto questo miglioreremo, e diamo atto del grande lavoro compiuto per portare i temi della cooperazione al grande pubblico, come è successo con la recente conferenza COOPERA, tenutasi a Roma alla fine di giugno.

Ma, come abbiamo segnalato, non bastano certo gli sforzi fatti da un singolo paese, neanche a livello di cooperazione allo sviluppo. Occorre invece considerare gli effetti che le politiche assunte all’interno del nostro paese hanno a livello globale: è il caso di quelli che in gergo tecnico vengono chiamati spillovers. Quali sono gli effetti quando sui diritti sociali in altri paesi, o sull’ambiente, quando le nostre aziende delocalizzano le produzioni dove i livelli di tutela sono più bassi che da noi? Quali sono gli effetti delle politiche agricole, industriali, commerciali? Qual è il costo in termini umani delle politiche di dissuasione delle migrazioni che, oltre ad avere efficacia davvero limitata, spingono bambini, donne, uomini con la scopa sotto il grande tappeto della storia, come fossero polvere?

Infine è necessario che il nostro paese metta in pratica il multilateralismo in maniera coerente in tutte le sedi in cui può farlo. Perché invece il nostro paese è stato tra i più accaniti oppositori alla sospensione dei diritti per la proprietà intellettuale su quanto è necessario per lottare contro la pandemia? A quali importanti interessi si è data soddisfazione, lasciano invece inevasa un’ovvia richiesta di condivisione di scoperte realizzate largamente con investimenti pubblici! E per quale ragione l’Italia, unico paese europeo sul cui territorio vi sono bombe nucleari, non ha accettato di partecipare alla recentissima conferenza di Vienna sul disarmo nucleare? Chi ha deciso questa scelta? Sono forse le stesse persone che si spellano le mani ad applaudire Papa Francesco quando parla di scandalo della nuova corsa agli armamenti? E perché l’Italia è ancora fuori dal patto globale per le migrazioni, unico modo attualmente esistente per provare a gestire insieme un tema di rilevanza globale?

Sono questi alcune delle possibilità che abbiamo per cambiare i meccanismi di ingiustizia e di insostenibilità a livello globale. E sono possibilità a cui il nostro paese ha finora rinunciato, spendendo invece risorse e attenzione per percorsi come quello del World Food System Summit, controversi e pericolosi nel legittimare pratiche di controllo dell’agenda da parte delle grandi multinazionali del settore, in totale assenza di una riflessione su eventuali conflitti di interesse, e costruendo percorsi paralleli a quelli costruiti in seno alle Nazioni Unite (percorso controverso al punto di provocare le dimissioni in blocco dei più autorevoli componenti del comitato scientifico del WFSS!).

E’ necessario ‘unire i puntini’ di diversi episodi avvenuti negli ultimi due anni, ed il quadro che ne risulta non è dei più tranquillizzanti: esiste un problema di distanza tra quello che diciamo o vorremmo essere come paese, e quanto perseguiamo nelle istanze internazionali. Ma in questo modo non si cammina in un percorso di sostenibilità. La via multilaterale è necessaria ed è l’unica che abbiamo, ma deve essere perseguita con reale determinazione, anche dall’Italia!

 

 

[1] La Voluntary National Review, avvenuta nel contesto dell’High Level Political Forum¸ il 15 luglio scorso a New York. Per questa occasione è stato realizzato dalla GCAP Italia il ‘rapporto ombra’ sullo stato delle politiche per lo sviluppo sostenibile da cui molti dei punti trattati in questo articolo sono svolti con maggiore approfondimento