Misure contro la povertà: cosa (ancora) manca

Di Giuseppe Notarstefano, Vice-presidente dell’Azione Cattolica

Mentre inizia un periodo autunnale che si preannuncia molto caldo, non solo per motivi di carattere climatico connessi ai dati drammaticamente elevati delle medie stagionali, ci pare di poter dire che il tema delle politiche sociali in generale e delle misure di contrasto alla povertà e sostegno al reddito si aggiudica il primato dell’agenda politica del nuovo governo presieduto da Giuseppe Conte.

L’accordo siglato tra le forze politiche che hanno costituito la nuova maggioranza parlamentare all’indomani della crisi agostana, tanto inattesa quanto improvvisa, contiene almeno in linea di enunciati teorici, numerosi punti di attenzione e obiettivi programmatici che fanno presumere, oltre ad una drastica revisione delle politiche fiscali, anche  un contestuale e sinergico rafforzamento di misure sociali favore delle famiglie più povere, all’emergenza abitativa, al rilancio di politiche attive del lavoro e ad un piano di investimenti particolarmente nel Sud del Paese: in particolare i punti 4) e 6) del programma descrivono le coordinate di tale significativo ri-disegno del sistema complessivo del welfare che forse scommette ancora troppo sull’intervento pubblico centralizzato e statale e poco si sbilancia sulla mobilitazione di quel Terzo Settore che potrebbe invece essere una chiave per un reale e radicale cambiamento del sistema di welfare.

Le ultime statistiche ufficiali sul monitoraggio della povertà in Italia condotte da Istat e pubblicate prima dell’estate certificano l’importanza di agire tempestivamente su misure di sostegno a reddito; tale urgenza è del resto ben rappresentata dal massiccio ricordo al Reddito di Cittadinanza che ha avuto percentuali elevatissime in quasi tutto il territorio nazionale, con punte molto alte chiaramente nelle grandi città del Mezzogiorno.

Tuttavia la prima applicazione di tale misura – che ha visto un poderoso e complesso spiegamento di risorse amministrative e organizzative da parte dello Stato, non senza qualche situazione controversa e problematica (come ad esempio la vicenda dei c. d. Navigator nella Regione Campania) – sta rivelando con grande evidenza fattori di vulnerabilità su cui la politica deve cercare di intervenire. Ci riferiamo certamente alla questione della bassa domanda di lavoro e dalla fragilità del tessuto produttivo, soprattutto di quello meridionale, che senza stimoli all’innovazione o incentivi di natura fiscale per l’occupazione non riesce di fatto ad esprimere una sufficiente domanda di lavoro.

L’opinione di chi scrive è che occorre distinguere le misure di sostegno al reddito e di contrasto alla povertà dalle politiche attive per il lavoro, il cui effetto è indubbiamente sinergico e convergente, ma che devono essere tenute separate, ciò anche nella prospettiva di una maggiore e migliore mobilitazione delle energie sociali e civili del Paese.

Tali connessioni sociali infatti devono essere attivate per la creazione di reti solidali che aiutino la capacità e l’azione delle persone verso un percorso di auto-sviluppo che non può essere unicamente affidato al mero incremento del reddito disponibile, ma anche uno strumento stimolate ad esprimere creatività e innovazione sociale per generare nuova imprenditorialità. Tutto ciò può rispondere all’esigenze di realizzazione che sono tipiche di un’idea di lavoro come espressione “libera, creativa, partecipativa e solidale” della persona.