La disuguaglianza è donna

Di Eva Pastorelli e Andrea Stocchiero – FOCSIV

Solitamente l’analisi delle disuguaglianze si focalizza tra chi ha e non ha ricchezza, reddito, accesso ai servizi fondamentali, e così via. È un modo di reificare le relazioni sociali, di ridurre i rapporti umani alle cose.  Il problema si riduce quindi a una questione di distribuzione. Mentre si occulta la questione più profonda di carattere antropologico.

Più in profondità molte disuguaglianze esistono per motivo di ciò che si è. Sono discriminazioni legate al dato esistenziale, identitario. Sono le disuguaglianze più perniciose e violente. Tra chi è nero e bianco. Tra chi è uomo e chi donna. Si tratta di una disuguaglianza che viene prima delle cose. Sono disuguaglianze di carattere ontologico. Disuguaglianza di nascita, di appartenenza familiare, sociale, di etnia. A causa di ciò che sei. Sei diverso e quindi trattato in modo differente, con meno diritti e meno responsabilità.

E la più trasversale e universale disuguaglianza per ciò che si è, è quella tra uomo e donna. La disuguaglianza è donna. Donna relegata in casa, alla cura dei figli, mentre l’uomo decide le sorti della storia, segue i grandi fini, i grandi ideali, e le grandi perversioni. L’uomo è l’artefice dello sviluppo, la donna è la sua compagna.

Gli obiettivi dello sviluppo sostenibile assumono questa grande discriminazione[1]. Il target SDG 10.3 prevede infatti di “Garantire a tutti pari opportunità e ridurre le disuguaglianze di risultato, anche attraverso l’eliminazione di leggi, di politiche e di pratiche discriminatorie, e la promozione di adeguate leggi, politiche e azioni in questo senso”. In tal senso l’Italia si caratterizza per evidenti differenze tra uomini e donne per molteplici aspetti della vita economia e sociale: lavoro, retribuzione, carriere, istruzione, salute, politica[2].

Nell’istruzione e nella formazione le donne registrano risultati significativamente migliori di quelli degli uomini. In Italia, nel 2016, il 60% della popolazione tra i 25 e i 64 anni di età possedeva almeno un titolo di studio secondario superiore; di molto inferiore alla media europea[3]. Per questo indicatore, il divario di genere è comunque a favore delle donne e risulta in crescita negli anni. Anche nel Mezzogiorno, dove la quota di popolazione con un medio-alto livello di istruzione è di molto inferiore rispetto a quanto si osserva nel Centro-nord, si registra un gap di genere a favore delle donne.

Nonostante questo, le analisi sui livelli di istruzione raggiunti e la successiva transizione scuola-lavoro mostrano lo scarso utilizzo del capitale umano, particolarmente marcato per la componente femminile. In Italia, solo il 38,7% delle giovani donne diplomate che hanno concluso il percorso di istruzione e formazione da non più di tre anni è occupata, contro un 50,8% di uomini, mentre la quota di occupazione tra i laureati recentemente usciti dagli studi è pari al 59,2% per le donne e al 64,8% per gli uomini. Nell’interpretazione di questi risultati gioca un ruolo fondamentale la non partecipazione al mercato del lavoro delle donne per difficoltà di conciliazione tra carichi di cura familiari e i carichi di lavoro di cui si dirà più avanti. L’indagine sull’inserimento professionale dei laureati mostra come per le donne sia più complesso trovare una collocazione sul mercato del lavoro adeguata al percorso di istruzione seguito.

Particolarmente forti sono le differenze nel mercato del lavoro: il divario fra il tasso di occupazione delle donne e degli uomini resta pari a 18 punti percentuali, il valore massimo dell’Unione Europea, dopo la Grecia.Permangono profonde differenze sul territorio riguardo alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Nel secondo trimestre 2017, l’indicatore nelle regioni settentrionali arriva al 59,4%, valore vicino alla media europea, mentre in quelle meridionali la quota di donne occupate resta inferiore a un terzo (32,3%)[4].

Minore accesso alle figure apicali, maggiore diffusione di lavori part-time e carriere discontinue sono fattori determinanti, assieme ad una diversa struttura per età, dei differenziali di genere nei redditi percepiti. In Italia, nel 2015, solo il 43,3% delle donne percepisce un reddito da lavoro (dipendente o autonomo) rispetto al 62% dei maschi. Questa quota è più bassa al sud (34,2%) e il divario con gli uomini più alto (24,5%).D’altra parte un alto livello di istruzione riduce in modo significativo le differenze: è destinatario di un reddito dipendente il 76,8% delle donne laureate e l’81,5% dei maschi. Nel 2014, il reddito guadagnato dalle donne è in media del 24% inferiore ai maschi (14.482 euro rispetto a 19.110 euro). Nel caso del lavoro autonomo, un livello di istruzione superiore ricompensa ancora meno le donne: il reddito netto da lavoro autonomo delle donne laureate è inferiore del 44% rispetto agli uomini, mentre quello delle donne con diploma di scuola primaria è solo del 24% più basso[5].

Nel 2016, l’incidenza assoluta della povertà tra le famiglie con una donna come persona di riferimento è del 6,1%, un valore in crescita rispetto al 5,4% del 2014, mentre i corrispondenti indicatori tra le famiglie con un uomo come persona di riferimento sono 6,4% nel 2016 e 5,9% nel 2014. L’85% delle famiglie monoparentali in condizione di povertà assoluta ha come persona di riferimento una donna. Per questa tipologia famigliare l’incidenza della povertà assoluta risulta in crescita, passando dal 6,7% del 2015 all’8,1% del 2016. Peggiori condizioni sono osservate generalmente in famiglie con almeno un figlio minore (l’incidenza è stata del 9,3%); tra le famiglie che hanno come persona di riferimento una madre single con almeno un figlio minore, l’incidenza assoluta della povertà era del 10,7% e l’intensità del 14,9%. Più di una donna straniera su quattro è in condizione di povertà assoluta (26,6%), un dato in crescita rispetto al 21,2% del 2014[6].

Questi dati mostrano chiaramente le differenze esistenti. Queste differenze possono essere affrontate con politiche anti discriminatorie. Ma in profondità è la questione culturale, antropologica, financo ontologica, che causa le disuguaglianze. La storia dei rapporti umani, tra uomini e donne ha bisogno di una grande rivoluzione di lungo periodo.

 

[1] Il testo seguente è tratto da un rapporto europeo che sarà divulgato dal 18 giugno a Bruxelles presso i Development Days. Il testo è stato scritto da Eva Pastorelli per la rete GCAP Italia e Focsiv.

[2]Sartori F., “Differenze e disuguaglianze di genere”, 2009; Casarico A. e Profeta P.,”Le disuguaglianze di genere”, in Checchi D. (ed) Disuguaglianze diverse, Il Mulino, 2012.

[3] ISTAT, Indagine conoscitiva sulle politiche in materia di parità tra donne e uomini, 2017

[4] Idem

[5] Idem

[6]Idem