Agricoltura sociale, custode della biodiversità

La capacità di includere persone favorisce le buone pratiche di custodia delle risorse collettive

a cura di Fondazione Campagna Amica

Il tema della sostenibilità si lega strettamente alle pratiche di agricoltura sociale. L’uso di input a basso impatto ambientale è una pratica molto diffusa tra gli operatori del settore. Dall’analisi delle esperienze esistenti emerge come l’agricoltura sociale sia condotta in aziende agricole medio-piccole, caratterizzate da un’elevata diversificazione produttiva, attente al recupero del paesaggio e della biodiversità, che utilizzano principalmente tecniche produttive a basso impatto ambientale (agricoltura biologica in primis). Questo perché attività più complesse e diversificate, meno meccanizzate, sono in grado di accogliere più facilmente nuove persone in azienda attraverso una relazione ancora più stretta con i viventi (piante e animali), che hanno un ruolo fondamentale nei percorsi terapeutici e di reinserimento. La capacità di includere persone, propria dell’agricoltura sociale, spesso favorisce un innalzamento delle attenzioni nei confronti di pratiche che hanno un maggiore contenuto in termini di risorse collettive (come la cura del paesaggio o la gestione della biodiversità). Caso esemplificativo è il diserbo delle aree ortive, tipica attività effettuata spesso in modo manuale in agricoltura sociale, che permette di svolgere attività all’aperto, socializzazione, recupero del “senso del tempo”, fisioterapia nella natura, sviluppo della sfera sensoriale.

Risulta quindi evidente come ad aziende piccole – presenti a volte in territori marginali – che offrono servizi sociali in contesti difficili da un punto di vista logistico, venga riconosciuto anche l’importante ruolo di tutela del paesaggio e dell’ambiente agrario (come testimoniano anche i contributi concessi dall’Unione Europea), che può a sua volta divenire occasione di pratiche di agricoltura sociale. È il caso della manutenzione di sistemazioni tipiche come terrazzamenti e muretti a secco e del mantenimento e della manutenzione di siepi e aree boschive.

Particolare accezione di questo aspetto è la tutela e il recupero della biodiversità, che spesso caratterizza le attività di agricoltura sociale. In particolare, la biodiversità agraria sia vegetale (uso di varietà antiche/locali/in via di estinzione) che animale (impiego di razze antiche/locali/in via di estinzione). Varietà dimenticate e razze in estinzione aggiungono valore all’attività sociale in azienda. In primo luogo la parola “differenza” non è più un concetto aleatorio, ma diviene oggetto di produzione nonché espressione dei lavoratori. Inoltre la riscoperta di sapori, colori e odori consentono percorsi variegati e davvero significativi secondo le esigenze della persona. Dal punto di vista della competizione produttiva i prodotti ottenuti da tali varietà/razze non potranno in nessun caso essere comparabili con quelli dell’agricoltura convenzionale: qui l’agricoltura sociale può sviluppare tutta la sua peculiarità. Questa sorta di “effetto collaterale” dell’agricoltura sociale sulla sostenibilità ambientale può essere interpretato in modo più ampio, affermando che le strade della tutela del benessere dell’individuo e della società non possono evidentemente prescindere dalla tutela dell’ambiente in cui individuo e società vivono.

In un periodo storico in cui va reinventato il tessuto produttivo alla luce della crisi e delocalizzazione dei processi produttivi industriali, forse la “terra” e la “persona” possono diventare luogo di accoglienza di lavoratori e di sviluppo di nuove filiere. A fronte della globalizzazione dell’economia, che con tutti i suoi pregi mostra anche dei risvolti problematici, è importante riscoprire il livello locale della produzione. Rispetto all’omologazione dell’agricoltura esiste un’altra via: la riscoperta delle ricchezze del territorio che possono rispondere alle esigenze personali. Un’altra via è possibile: più umana, più “verde”, più inclusiva.