La coerenza delle politiche per affrontare la relazione tra commercio internazionale e disuguaglianza

di Andrea Stocchiero, Responsabile delle attività di policy e advocacy di Focsiv

Negli ultimi anni la protezione dell’occupazione nazionale e quindi anche, ma non è scontato, la riduzione della disuguaglianza, ha portato numerosi leader politici, da Trump al nostro nuovo governo, a riconsiderare il mantra del libero scambio internazionale. Oggi si parla di guerra dei dazi, di ritorno al protezionismo contro un neoliberismo che ha espulso lavoratori e reso sempre più precario il lavoro. Il sovranismo nazionale e/o un’Europa più forte/fortezza appare come una ricetta per riprendere in mano le redini del comando, di fronte a un mercato internazionale senza volto, escludente, a vantaggio di pochi grandi ricchi.

A livello nazionale il nuovo governo, su iniziativa del sottosegretario Geraci del Ministero per lo Sviluppo Economico, ha invitato i diversi portatori di interesse a riunirsi per riconsiderare i trattati commerciali internazionali. Per elaborare assieme una matrice di costi e benefici per i diversi settori produttivi e per le diverse regioni italiane, sulla cui base definire le posizioni negoziali italiane in seno all’Unione europea e nei confronti dei paesi e delle regioni con cui si stanno definendo accordi commerciali. Il nuovo CETA (accordo commerciale tra l’Unione europea e il Canada) chi avvantaggerà? E chi perderà? E il famoso TTIP, quello con gli Stati Uniti, verrà rilanciato? E con il Mercosur? E i partenariati con i paesi africani?

Nel primo incontro, a cui la Focsiv con Gcap Italia ha partecipato, sono state presentate da diversi portatori di interessi alcune iniziali considerazioni che hanno messo in rilievo l’esigenza di “proteggere” le piccole e medie imprese così come particolari territori e comunità che subiscono i trattati commerciali, sottolineando come il fondo europeo per la globalizzazione risulti molto insufficiente nel poter compensare i perdenti (solo 150 milioni di euro) essendo anche un ammortizzatore a cui possono accedere solo le grandi imprese.

Ma, quanto, in realtà, conta il commercio internazionale sulla disuguaglianza? La risposta non è semplice. La stessa teoria economica non dà risposte univoche. Ad esempio il premio nobel Krugman[1] che, secondo modelli standard del commercio internazionale, riteneva poco rilevante l’effetto sulla disuguaglianza, ha rivisto in parte la sua posizione. In considerazione da un lato della crescente frammentazione della produzione in catene del valore internazionali che producono una maggiore dispersione dei salari[2], e dall’altro del continuo peso della Cina nel commercio di beni ad alta intensità di lavoro con bassi salari che spiazzano le industrie concorrenti nei paesi avanzati. Fenomeni questi che sembrano aumentare le disuguaglianze nei paesi avanzati. In un recente documento[3] lo stesso autore continua però ad essere prudente, scrivendo che ad oggi non sono disponibili dati che consentano di trarre conclusioni.

D’altra parte il rapporto tra commercio e disuguaglianza è (chi l’avrebbe mai detto?) complesso, perché interagisce con altri fenomeni e in contesti geoeconomici e geopolitici differenti. Il rapporto mondiale sulla disuguaglianza[4] sottolinea come i modelli del commercio non riescano a spiegare la crescente disuguaglianza e come siano determinanti i diversi contesti nazionali. Altri fattori possono aver contato molto di più sulla disuguaglianza rispetto al commercio internazionale[5], o hanno interagito con esso in modi diversi a seconda dei contesti nazionali: ad esempio in Sud Africa con la debole riforma fondiaria, in Russia con una privatizzazione che è stata catturata da interessi di una ristretta oligarchia; viceversa in Cina con una politica industriale e commerciale aggressiva che ha ridotto il divario con altri paesi ma ha aumentato la disuguaglianza interna.

Le politiche commerciali vanno quindi analizzate in stretta interazione con altri flussi internazionali (investimenti delle imprese, finanza internazionale, servizi e mobilità del lavoro) e altre politiche nazionali. Tra queste in particolare quelle industriali, sulla competizione (contro la concentrazione di potere di mercato) e redistributive.

Si pensi ad esempio alla posizione del precedente governo italiano sulla moderazione salariale per poter attrarre investimenti esteri[6]. Gli accordi commerciali riguardano sempre più anche gli investimenti delle imprese che vengono promossi e agevolati fomentando una corsa al ribasso tra i paesi nella concessione di sussidi e riduzioni fiscali, con pressioni anche sui costi del lavoro. E’ evidente come in tali casi si produca una maggiore disuguaglianza, a meno che siano stabilite chiare tutele per il lavoro e livelli minimi salariali superiori alle soglie di povertà a livello non solo nazionale, ma sempre più in modo armonizzato a livello regionale e multilaterale. Ci vuole più cooperazione per favorire una migliore distribuzione dei benefici e condivisione dei costi.

Una questione collegata riguarda il rapporto tra commercio e migrazioni. Cosa c’entra? Dal punto di vista economico le migrazioni sono una modalità di scambio tra nazioni, del resto le libertà del mercato unico europeo riguardano la libertà di scambiare merci, capitali, servizi, e …  la libertà di muoversi delle persone oltre i confini nazionali. Gli accordi commerciali comprendono anche gli scambi di servizi e la mobilità del lavoro legata alla produzione dei servizi, come prevede il General Agreement on Trade in Services (GATS), ma non comprende le migrazioni per motivi di ricerca lavoro. D’altra parte un ministro marocchino disse che se l’Europa non consentiva l’importazione di pomodori, avrebbe dovuto accogliere le braccia dei migranti. E in effetti molti migranti che raccolgono pomodori nelle campagne pugliesi, ad esempio, provengono da paesi africani dove l’agricoltura e l’industria di trasformazione è stata spiazzata dalle esportazioni europee e cinesi di concentrati di pomodoro[7]. Ovviamente non esiste un effetto sostitutivo completo tra commercio e migrazioni. Ma comunque esiste una relazione che va compresa e regolata. In considerazione anche dell’effetto che le migrazioni possono avere nel comprimere i salari dei lavori a bassa qualificazione. Infatti, così come l’importazione di beni ad alta intensità di lavoro, anche l’immigrazione, può portare ad un abbassamento dei salari, soprattutto dove, senza controlli, il mercato informale e quasi schiavista impera.

Ciò ci porta a considerare le relazioni del nostro paese e dell’Unione europea con i paesi impoveriti, che rimangono ai margini del mercato mondiale o che si integrano sempre di più ma in modi che non riducono ma aumentano le disuguaglianze. E’ per questo motivo che è necessario considerare il commercio non come un fine ma come uno strumento per lo sviluppo sostenibile. Nei trattati commerciali vanno quindi inseriti i diritti dell’uomo: il diritto ad un lavoro e a un salario dignitoso, a non venire depredati di risorse essenziali come terra ed acqua, a poter godere di un ambiente sano e pulito.  Nel recente rapporto di GCAP Italia sullo sviluppo sostenibile, un capitolo è dedicato proprio all’importanza di collegare gli accordi commerciali a questi diritti[8]. E in questo senso va soprattutto una risoluzione approvata dal Parlamento europeo[9].

A tal proposito si ricorda l’Impegno di Focsiv con altre organizzazioni della società civile riguardo la definizione del regolamento europeo sui minerali dei conflitti[10] che prevede un commercio che vada a combattere lo sfruttamento di uomini e bambini nelle miniere da parte dei signori della guerra, e recentemente sul land grabbing[11]. Accaparramento consentito da accordi commerciali e sugli investimenti che non prevedono la tutela dei popoli indigeni e delle comunità di contadini che vengono espropriate dei loro possedimenti. Papa Francesco nella Laudato Sì scrive che “La terra dei poveri del Sud è ricca e poco inquinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema dei rapporti commerciali e di proprietà strutturalmente perverso” (52)[12].

Ecco allora che l’esercizio di analisi avanzato dal governo italiano sui trattati commerciali, se vuole capire i loro effetti sulle disuguaglianze deve comprendere i fenomeni interagenti (dalla frammentazione della produzione alle strategie di trasferimento sui prezzi che consentono alle imprese multinazionali di eludere il fisco[13], ai pagamenti su centri off-shore, alla relazione con le migrazioni come si è visto prima).

Fenomeni che rendono il benessere nazionale interdipendente con quello degli altri, tra cui quello dei paesi impoveriti. Esiste una responsabilità extraterritoriale delle nostre imprese e anche del nostro governo, che è chiamato a cooperare a livello multilaterale per un commercio più equo e attento alla dimensione ecologica. L’enciclica afferma che “L’iniquità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali. C’è infatti un vero debito ecologico, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente dal alcuni Paesi”. (51)

Per questo è essenziale contribuire a definire un piano di gioco sul commercio che sia fondato innanzitutto sul rispetto dei diritti umani e dell’ambiente, coerente con lo sviluppo sostenibile nostro e altrui, contro le filiere sporche e lo sfruttamento che si compie tanto nel nostro paese quanto nei paesi di accaparramento di risorse strategiche.

A tal proposito si ricorda l’importanza di collegare l’esercizio del Ministero dello Sviluppo Economico sui trattati commerciali con l’elaborazione del suo rapporto in merito alla coerenza con la strategia sullo sviluppo sostenibile, così come richiesto dalla recente direttiva della Presidenza del Consiglio[14].  Infine, come evidenziato da Monica Di Sisto di FairWatch nell’incontro con il Ministero dello Sviluppo Economico, occorre esplicitare la visione politica italiana nel suo insieme, sulla coerenza delle politiche, a monte dell’esercizio di valutazione, per capire verso quale modello di sviluppo si vuole andare. E questo essendo consapevoli che la questione del commercio e della disuguaglianza sono usate in modo strumentale, in un gioco mercantilista di scontro e negoziazione continua tra poteri nazionali (USA contro Cina, Russia contro Europa, India contro paesi latinoamericani esportatori di prodotti alimentari, e così via) e transnazionali. Dove l’Italia potrebbe agire a favore di un’etica delle relazioni internazionali, a sostegno di un approccio multilaterale, che riconosce il diritto allo sviluppo sostenibile dei paesi impoveriti e il principio delle responsabilità comuni ma differenziate.

 Il gioco appare dunque sempre più complesso ma proprio per questo importante da seguire e approfondire per non illudersi che con qualche piccolo ritocco ad un accordo commerciale si possa risolvere il problema di una disuguaglianza crescente. Ma soprattutto per dare un senso all’economia, nel segno della lotta al nuovo schiavismo, alle esclusioni, allo sfruttamento della terra, e ad una guerra tra i poveri che copre gli interessi di sempre più ristrette oligarchie.

[1] Vedi in https://voxeu.org/article/trade-and-inequality-revisited

[2] A questo proposito si veda il capitolo di Deborah Lucchetti sulla catena del valore del Made in Italy in www.gcapitalia.it/wp-content/uploads/2018/06/Rapporto-Gcap-Italia-2018.pdf

[3] Vedi https://www.princeton.edu/~pkrugman/pk-bpea-draft.pdf

[4] Vedi in https://wir2018.wid.world/

[5] Si pensi ad esempio alla crescente digitalizzazione e automazione della produzione con effetti importanti in termini di occupazione e compressione dei salari per il lavoro a bassa qualificazione. A sua volta la digitalizzazione ha effetti sulla divisione internazionale del lavoro e quindi sulla disuguaglianza tra paesi.

[6] Vedi il capitolo di Deborah Lucchetti prima citato.

[7] Si veda la bella inchiesta di Stefano Liberti in https://www.internazionale.it/webdoc/tomato/; in  https://www.internazionale.it/reportage/stefano-liberti/2017/04/08/pomodoro-cina-italia; e il rapporto sulla filiera sporca in http://www.filierasporca.org/wp-content/uploads/2016/11/Terzo-Rapporto-Filierasporca_WEB1.pdf

[8] Si veda il capitolo di Monica Di Sisto su Un nuovo commercio internazionale che rispetti i diritti e l’ambiente in http://www.gcapitalia.it/wp-content/uploads/2018/06/Rapporto-Gcap-Italia-2018.pdf

[9] Si veda http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//NONSGML+TA+P7-TA-2010-0434+0+DOC+PDF+V0//EN

[10] Vedi il documento in http://www.focsiv.it/wp-content/uploads/2015/04/Documento-Focsiv-minerali-dei-conflitti-DEF.pdf

[11] Si veda in https://www.focsiv.it/comunicati-stampa/i-padroni-della-terra-primo-rapporto-sul-land-grabbing/

[12] Francesco, Laudato Sì. Lettera Enciclica sulla cura della casa comune. Libreria Editrice Vaticana, 2015.

[13] Si veda il manuale del Banca Mondiale per i paesi in via di sviluppo contro un transfer pricing abusivo, in https://openknowledge.worldbank.org/handle/10986/25095

[14] Si veda in http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/06/15/18A04116/SG