Tra giustizia ambientale e e disuguaglianza sociale: quanto costa e chi paga il climate change?

di Gabriele Renzi, Earth Day Italia

Gli accordi di Parigi del 2015, pietra angolare delle politiche globali sul clima, hanno fissato in un forse troppo generico “ben al di sotto dei due gradi” (rispetto ai livelli preindustriali) l’asticella del riscaldamento globale da non superare entro fine secolo, ma verso il temine dei negoziati, l’impegno di alcuni stati, soprattutto i piccoli stati insulari, fece inserire nel documento finale quel “possibilmente 1,5°” che diventa di fatto il primo obiettivo cui tutti dovrebbero attenersi nel programmare lo sviluppo dei prossimi anni.

Ma già oltre 1,5°, traguardo che purtroppo se non si cambieranno le cose potrebbe essere presto raggiunto, gli effetti sul pianeta potrebbero essere piuttosto gravi.

Un rapporto straordinario, commissionato all’IPCC (un panel intergovernativo, punto di riferimento scientifico internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici) dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) si è interrogato proprio sugli impatti sul pianeta di un innalzamento della temperatura globale di 1,5° rispetto ai livelli preindustriali e sulla necessaria politica di riduzione delle emissioni di CO2 necessaria per contenere il riscaldamento globale entro tale soglia.

Che cosa vorrebbe dire mantenere il riscaldamento globale entro 1,5° anziché 2°?

Vorrebbe dire contenere l’innalzamento del livello del mare entro i 10 cm e di conseguenza salvare tante piccole isole del Pacifico dall’inevitabile sparizione, vorrebbe dire ridurre la probabilità che il Mar Glaciale Artico rimanga senza ghiaccio in estate, vorrebbe dire perdere “solo” il 70% della barriera corallina e non vederla sparire completamente.

Secondo il rapporto (che per diversi scienziati è addirittura troppo prudente) per raggiungere questi risultati bisognerebbe dimezzare entro il 2030 le emissioni globali di CO2 rispetto ai livelli del 2010 per azzerarle completamente entro il 2050.

Ma anche se, cosa ancora tutta da dimostrare, tutti i paesi decidessero di impegnarsi in maniera importante sul fronte delle emissioni, ci sarebbero comunque degli effetti importanti, e del resto qualcosa già si vede.

Tutto questo ha un costo, costituito innanzitutto dalle vite umane, dalla perdita di biodiversità animale e vegetale e dalla distruzione di interi ecosistemi; un costo peraltro che, volendo per un momento adottare logiche puramente economiche, è tutt’altro che trascurabile anche in termini finanziari.

Basta pensare a quanto il climate change sta già incidendo sul comparto agricolo italiano.

Da un lato le temperature più alte stanno erodendo il suolo agricolo a disposizione, desertificando zone fertili fino a pochi anni fa. Dall’altro l’aumento e l’intensità degli eventi metereologici estremi stanno causando danni notevoli con piogge che somigliano sempre di più a quelle di tipo monsonico/tropicale e che sempre più spesso provocano smottamenti o inondazioni: parliamo di 600 milioni di euro solo nel 2018 come ha fatto recentemente notare la Coldiretti che poco più di un anno fa, allargando il campo di indagine, quantificava in oltre 14 miliardi di euro il danno subito dall’agricoltura italiana in 10 anni a causa dei cambiamenti climatici.

A livello globale, poi, i numeri assumono dimensioni ancora più eloquenti.

La rivista The Lancet Countdown on Health and Climate Change ha rilevato negli ultimi 25 anni una crescita progressiva degli eventi estremi (in particolare tempeste e inondazioni), un’escalation che nel 2016 ha toccato quota 797 episodi nel mondo causando danni stimati per circa 129,4 miliardi di dollari.

The Lancet Planetary Health, una rivista dello stesso gruppo editoriale, stima inoltre in circa 54mila miliardi di dollari il valore del raggiungimento dell’obiettivo minimo fissato a Parigi, ossia il contenimento dell’aumento della temperatura globale entro 2°.

Sarebbe infatti questa la cifra, che vale quanto i Pil di Cina, Unione Europea e India messi insieme, che si spenderebbe per pagare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Di chi è la colpa di tutto questo?

La crescita della concentrazione di CO2 nell’atmosfera è di origine antropica, cioè dovuta alle attività umane. I colpevoli siamo dunque tutti noi, ma in misura diversa perché il Madagascar, per fare un esempio, ha inquinato e inquina meno di quanto faccia l’Italia, che a sua volta pesa meno di paesi come Stati Uniti o Cina.

La seconda domanda da porsi è: chi paga o pagherà per tutto questo?

La risposta è sempre la stessa: tutti, perché effettivamente gli effetti del riscaldamento globale si faranno sentire su tutto il pianeta, ma, anche in questo caso, in maniera diversa.

I paesi più sviluppati, che tendenzialmente godono di un clima temperato, potrebbero tendere a tropicalizzarsi, vedremo spostarsi alcune colture da sud a nord, ci saranno conseguenze anche importanti in determinate aree geografiche, ma allo stesso tempo questi paesi dispongono di conoscenze, tecnologie e risorse da utilizzare per mettere in campo delle strategie di adattamento e resilienza.

Ma che cosa accadrà a chi già oggi combatte con un ambiente naturale più ostile, meno ricco e con condizioni economico sociali ai limiti della sostenibilità?

Sono Africa subsahariana e sud est asiatico i luoghi dove il cambiamento climatico si farà sentire con maggiore forza, colpendo popolazioni che già oggi si trovano in condizioni di estrema fragilità.

Ricapitolando, i paesi ricchi hanno contribuito più dei paesi poveri a determinare questa situazione, ma i paesi poveri pagheranno un conto più salato degli altri al pianeta che si sta riscaldando.

I conti non tornano.

E non tornano non soltanto perché, in un mondo ispirato da principi di solidarietà nazionale e internazionale, il paese più ricco dovrebbe aver cura di quello più povero, ma anche perché, tornando ad adottare un principio di mercato, chi più prende più deve pagare.

E quello che si sta saccheggiando a mani basse è purtroppo l’“ambiente”, il bene comune per eccellenza, il più prezioso, che tuttavia nessuno riconosce in modo adeguato; e se un “bene” è poco costoso perde di valore.

Dare un prezzo basso a risorse ambientali preziose è un fenomeno che pervade la società moderna (…)

Le persone aspettano ore negli ingorghi perché l’uso della strada è poco costoso. Le persone muoiono prematuramente a causa di piccole particelle di zolfo nell’aria perché l’inquinamento atmosferico è sottovalutato. E il più pericoloso di tutti i problemi ambientali, i cambiamenti climatici, sta avendo luogo perché praticamente ogni paese ha dato il prezzo zero alle emissioni di anidride carbonica.”

Si esprime così l’economista statunitense William Nordhaus in un articolo del 2015 scritto per la rivista “The New York Review of Books” dal titolo “The Pope & the Market” a commento dell’Enciclica Laudato Si’ che Papa Francesco aveva promulgato pochi mesi prima.

Nordhaus, professore all’università di Yale, fresco Nobel per l’Economia per i suoi studi su economia e cambiamento climatico, riporta la questione ambientale ad una questione di “mercato” e in un mercato che funziona ogni cosa ha il giusto valore compreso, in questo caso, il carbonio, bene prezioso da non disperdere nell’atmosfera.

Secondo la teoria di Nordhaus il modo più efficace ed economicamente vantaggioso per ridurre le emissioni di gas serra è quello di tassarle, una “carbon tax” che, applicata su scala globale, renderebbe antieconomiche le fonti energetiche fossili e spingerebbe aziende e consumatori verso modelli più sostenibili di produzione e di consumo.

Altri contesti hanno preferito adottare uno strumento diverso.

L’unione Europea, ad esempio, più che applicare una tassa fissa sulle emissioni di CO2 ha istituito una sorta di “Borsa delle emissioni”, un sistema in cui secondo certi parametri viene stabilita una quota di emissioni consentite per ciascuna realtà produttiva. Chi adotta una politica virtuosa che gli consente di stare sotto la propria soglia di emissioni ottiene un credito di emissioni rivendibile sul mercato a chi, al contrario, ha ecceduto la propria quota. In parole povere chi inquina oltre il consentito acquista il diritto a farlo da chi si è dimostrato invece virtuoso; anche questo è un sistema che nel lungo periodo, adottando una politica continua di riduzioni delle emissioni a livello paese/UE,  dovrebbe contribuire a rendere insostenibile anche dal punto di vista economico attività che emettono troppa CO2 favorendo la transizione verso un modello produttivo a emissioni zero.

Che si tratti di carbon tax o di un sistema di emissioni ciò che conta è che questi strumenti siano applicati su scala globale e che vengano implementati dei meccanismi per connetterli tra loro, anche per rendere equa la competizione internazionale ed evitare che chi continua ad emettere gas serra abbia addirittura un vantaggio competitivo rispetto a chi invece adotta una politica più virtuosa.

A prescindere dallo strumento utilizzato quello che è importante è infatti il principio generale che soggiace a questi strumenti: chi emette gas serra crea un danno alla collettività e questo danno va ripagato.

Chi volesse continuare a emettere CO2, insomma, paghi per questo e paghi salato anche perché, quando il pianeta presenterà il conto, potrebbero essere altri a dover pagare per lui.

In attesa di un mondo basato sulla solidarietà, che almeno ci si basi sulla giustizia.